Donatella Levi

Al fine di ricordare l’olocausto e tutte le sue vittime e di sensibilizzare gli studenti su questo tema, cinque ragazzi frequentanti il secondo anno del Liceo Enrico Medi si recano a Verona per intervistare la signora Donatella Levi.

«Essere clandestini significa scappare, nascondersi, cambiare nome più volte, lasciare tante case, sentire la paura addormentandosi di notte. Nemmeno il giorno rassicura. Anzi il giorno espone, con la sua luce, alla vista degli altri. Perché il desiderio che si ha, quando si è clandestini, è quello di non essere visti né riconosciuti. Vivere da sfollati è lasciare tutto quello che si possiede: la casa, i giocattoli, i vestiti, il proprio cane, è andarsene senza sapere dove e ringraziare, col cuore stretto dall’angoscia e dalla diffidenza, chi offre ospitalità provvisoriamente. La fuga sradica e porta tra sconosciuti, davanti ai quali non si parla volentieri, non si alzano gli occhi volentieri, ma non si può nemmeno stare in silenzio e tenere lo sguardo abbassato, perché è un gesto che potrebbe tradire l’inquietudine». Conclude così, Donatella Levi, il libro in cui racconta la sua storia.

Donatella Levi nacque nel 1939 a Verona da una famiglia ebrea. Proprio l’anno prima furono istituite in Italia le leggi razziali e questa famiglia si ritrovò tutto d’un tratto, prima a lasciare il posto di lavoro e successivamente ad abbandonare la città. Nel 1942 si recarono a San Massimo e poi a Pedemonte però furono informati che restare in Veneto si sarebbe rivelato per loro troppo pericoloso così decisero di spostarsi in Toscana per la precisione in Casentino, dove vennero accolti da alcuni cugini Levi D’Ancona. Restarono nei pressi delle colline Toscane per un breve periodo e poi si spostarono definitivamente a Roma, luogo dove passarono tutti gli anni della persecuzione. Donatella trascorse lì tutta la sua infanzia, le venne insegnato a scrivere e a leggere molto precocemente e poi le furono insegnate numerose discipline come il francese, la danza e la scherma.

Donatella Levi
Donatella Levi

Durante la sua infanzia Donatella non ebbe la possibilità di conoscere altri bambini e giocare con loro poiché era molto rischioso l’approccio con altre persone fuori dalla cerchia di parenti e conoscenti. Il nonno fu forse colui che si occupò di lei maggiormente poiché il padre fu costretto a nascondersi in un convento e faceva visita alla famiglia di rado. A Roma avevano un coprifuoco da rispettare e Donatella usciva con il nonno raramente e soprattutto quando gli altri bambini erano a scuola. Il fatto che segnò maggiormente la sua giovinezza fu quello di cambiare il nome, infatti si chiamò per qualche mese Maria e poi Rosalia. Per lei, essendo molto piccola fu difficile capire il perché, dunque spesso era costretta a tacere per evitare il rischio di farsi scoprire.

«Tornare è riavere il proprio nome vero, ma non crederci più in modo definitivo, tornare non è un gesto eroico ma un tenero e frenetico incontrare qualcosa che consoli, che possa magicamente incollare i pezzi di vita andati in frantumi, nessuna certezza è più data».

Dopo un lunghissimo periodo passato nella capitale, nel 1946 Donatella e la sua famiglia ritornarono a Verona. Donatella descrive quel lasso di tempo della sua giovinezza come uno dei più brutti poiché la loro casa era completamente vuota, in famiglia si respirava un’aria pesante e carica di tristezza e disperazione. Nessuno parlava di ciò che era successo. Cercarono di ritornare alla vita di prima ma non ci riuscirono, quello che era successo li aveva segnati per sempre. Durante la sua adolescenza iniziò a disegnare e la pittura diventò per lei un mezzo di espressione e di racconto e dato che quella disciplina l’aveva aiutata a superare periodi difficili, negli anni ’70 aprì, dopo anni di formazione, un atelier di arte terapia per bambini. Dopo aver raccontato la sua storia in numerose scuole, nel 1995 pubblicò il suo libro “Vuole sapere il nome vero o il nome falso?”.

«Più che ricordare, penso che nella vita sia impossibile veramente dimenticare». Con questa frase Donatella Levi spesso conclude le sue interviste poiché sostiene che gli errori non vanno mai dimenticati e che i terribili sbagli che sono stati commessi in passato non devono in nessun modo succedere ancora.

Marta Caldana, 2D

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