lamar, Giamaica

Salendo sull’aereo per tornare in Europa il viaggiatore si domanda «ma sarebbero questi i giamaicani pericolosi? E io? Sono davvero intollerante e razzista come dicono i giornali?». La risposta è no.

Tutti sognano una vacanza ai Caraibi: lunghe spiagge bianche assolate con palme che si muovono nella brezza che spira dal mare, bellissimi hotel lungo la costa con i loro ricchi buffet e meravigliosi cocktail a base di frutta fresca e rum. Gli europei, ma pure gli americani, si recano ai tropici e trascorrono, blindati in queste meravigliose prigioni dorate, i loro 7-14 giorni in paradiso. I più audaci si avventurano fuori in escursioni guidate e limitano al minimo il contatto con i locali, tenendosi a distanza, un po’ timorosi un po’ sprezzanti. Quest’atteggiamento da novelli conquistatori non ci fa certo amare dalla gente del posto, nemmeno rispettare, per questo appena possono ti fregano. È giusto, noi lì a sfoggiare vestiti e gioielli e loro che si arrabattano per costruirsi una casetta o aprirsi un business indipendente dall’industria del turismo e dei tour operator.

Eppure se ci si avventurasse un poco, se si provasse a conoscere i local, si scoprirebbe un mondo meraviglioso con un popolo generoso e appassionato. Questo si può trovare in Giamaica al di là dei problemi di lingua: anglofoni sì, ma di un inglese contaminato dalla lingua degli schiavi portati lì a tagliare canna da zucchero ai tempi dei pirati e della Compagnia delle Indie, il patua, una sorta di inglese infantile, musicale e intuitivo che anche lo studente più scarso si può intrattenere in una qualsiasi conversazione, capire e farsi capire. Lo scoglio più duro è superare la diffidenza iniziale, da entrambe le parti: noi perché in Europa non fanno che raccontare quanto sia pericolosa e “razzista” la Giamaica, loro perché devono capire che hanno davanti una persona, non un turista da spennare e che li vuole “sfruttare”.

Se il viaggiatore (dico viaggiatore e non turista per i motivi di cui sopra) è sereno e in buonafede, i giamaicani lo capiscono subito, lo accettano e lo accolgono calorosamente, fraternamente, come in una canzone di Bob Marley, come in quei ritmi reggae che attraversano l’aria al grido di “one love one heart” decenni dopo la sua scomparsa, good energy la chiamano, perché appunto è tutto solo questione di atteggiamento.

Giamaica

Se il viaggiatore esce dalle rotte turistiche, dalle escursioni guidate e dai mercatini “artigianali” che di vero hanno solo il marchio “made in China” (pure là), scopre angoli incontaminati e la gente, quella vera che vive, lavora, va a scuola, costruisce casa, litiga, piange, ride, va a pescare. Se il viaggiatore abbandona l’all inclusive del suo resort e si ferma per strada a un baracchino di jerk chicken (praticamente il piatto nazionale fatto di pollo speziato e arrostito) o di gamberi di fiume o di frutta fresca, incontra sapori tipici, intensi, freschissimi, genuini. Se il viaggiatore si fa audace e contratta (contrattare sempre e a lungo con tutti) con un taxista (regolare o abusivo poco importa) per visitare una piantagione – diciamo di “vegetali locali” – scopre che i temibili narcotrafficanti sono solo contadini che curano le loro piantine con dedizione e perizia, spiegano del fertilizzante e dell’irrigazione e mostrano con orgoglio il campo coltivato; scopre che non c’è illegalità in una cosa per loro naturale come respirare (che pur illegale – ma tollerata – rimane anche in Giamaica) che cresce comunque spontanea in ogni dove e che non ha niente di chimico e artificiale e dannoso… ma questo è un argomento complesso e delicato che muove dinamiche sociali, di salute, cultura e leggi che non è facile affrontare.

Se il viaggiatore si fa degli amici, scopre che vanno a casa a mettere i vestiti belli per uscire con lui e andare a bere una Red Stripe (birra locale) in uno dei localini che fanno musica la sera lungo la bianca spiaggia di Negril, e offrono pure, un giro per ciascuno, anche se con quello che spendi in una settimana loro ci vivrebbero bene per due mesi. E quando il viaggiatore riparte per tornare a casa gli scende una lacrima perché lascia gli amici e chissà se e quando li rivedrà, e loro lo stesso. Salendo sull’aereo per tornare in Europa il viaggiatore si domanda «ma sarebbero questi i giamaicani pericolosi? E io? Sono davvero intollerante e razzista come dicono i giornali?». La risposta è no. Non è necessario il volo di 12 ore per capirlo, basta salire la scaletta dell’aereo. Basta poco e basterebbe poco per cambiare davvero le cose. Basterebbe il coraggio di visitare il mondo come viaggiatori e non come turisti o conquistatori per capire che siamo davvero “one love one heart”.

Enrico Sfiligoi, 4F

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