Il fotografo villafranchese, che ha esposto le sue opere in tutto il mondo, ha incontrato la redazione di Medi@vox che lo ha intervistato

 

Giovedì 18 novembre la redazione di Medi@vox ha intervistato Renato Begnoni (Villafranca di Verona – 1956),  tra i più significativi e noti fotografi italiani, impegnato da diversi anni nella fotografia di ricerca. Begnoni ha esposto in Italia e all’estero: Francia, Polonia, Argentina, Canada, USA, Principato di Monaco, Germania, Nuova Zelanda, URSS, Svezia e Repubblica di San Marino. Ha partecipato alla Biennale internazionale d’Arte di Venezia nel 1995 e nel 2011, Padiglione Italia, ai Giardini di Castello e Arsenale. Nel 1997 rappresenta la giovane fotografia italiana a Vancouver in Canada. Nel 2000 espone alla Triennale di Milano nella mostra Il chiaroscuro delle violenze. Vince il XVI premio Friuli Venezia Giulia di fotografia nel 2002 e nel 2017 Nikon Italia ha  inserito sulla home page 22 opere con una sua intervista. Il suo lavoro si trova pubblicato in cinque testi di storia della fotografia. Le sue opere sono conservate nei musei di San Francisco, Biblioteca Nazionale di Parigi, Museo Ca’ Pesaro e Casa dei Tre Oci di Venezia, Museo Alinari di Firenze. Fotoforum Museum of Modern Art , San Francisco (USA) Dal 2021 la sua bibliografia è inserita su Wikipedia.

Begnoni, si ricorda la sua prima fotografia? Come ha iniziato la sua carriera da fotografo?

«Ho scelto fin da bambino questo lavoro meraviglioso. Ho fotografato mio nipote che aveva due anni su un carro agricolo e da lì ho iniziato a fare le foto in bianco e nero. Erano i primi passi, avevo 16 anni, studiavo e lavoravo. La fotografia è poi entrata dentro di me come un’esplosione di grande curiosità, fino a diventare una necessità».

Quale è stata la sua prima macchina fotografica?

«La prima fotocamera era quasi un’usa e getta, una Instamatic, uno strumento semplice ma sufficiente a raccontare qualcosa che in quel momento stava nascendo dentro di me».

Qual è il soggetto che preferisce fotografare?

«Fin da subito il mio interesse si è concentrato sulla storia che sta dietro le persone. Questa sensibilità l’ho sviluppata non solo nel commerciale ma anche nel fineart, quando ho iniziato a vincere dei premi nel 1985. Altri settori che mi interessano, e che sviluppo, sono la foto di architettura e still life. Il segreto nella fotografia è che non sono gli obiettivi a creare l’immagine artistica. Prima ci vogliono cuore, mente e cultura».

C’è un evento legato alla sua professione che le è rimasto particolarmente impresso?

«Ricordo quando è venuto a fare visita a Verona Giovanni Paolo II. Ero uno dei quattro fotografi ufficiali e lì c’è stata una preparazione incredibile. Allora si lavorava ancora con la pellicola».

Secondo lei, qual è il momento ideale per una fotografia?

«Essere presente nel posto giusto al momento giusto e per questo bisogna saper anche aspettare, a volte anche delle ore o dei giorni, per fotografare qualcosa che tu pensi sia davvero unico».

C’è una figura che ammira nel mondo della fotografia?

«Tutte le volte che finisco di studiare e capire un autore eccone un altro che mi offre altre cose che quello precedente non aveva. Sono molti i fotografi che apprezzo; infatti non saprei scegliere: cerco di conoscere e di assimilare molti autori diversi in modo che un giorno, quando lascerò il mio piccolo patrimonio alle altre persone, un pezzo di ognuno di loro rimarrà nella mia esperienza».

In tutta la sua carriera, qual è la foto a cui è legato di più?

«Mi verrebbe da dire: “quella che devo ancora fare”. Comunque quella che mi viene subito in mente è L’uomo bendato, esposto alla Biennale di Venezia».

Come sa di aver fatto un buon lavoro?

«So di aver lavorato bene quando riesco a far provare delle emozioni a chi osserva le mie foto e quando vedo che ad una mostra un ragazzo vuole entrare una seconda volta per rivedere il mio lavoro».

Hansye Catherine Sogra, Laura Perina

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