Davvero dobbiamo sempre acquistare ciò che è di marca per poi sostituirlo con qualcosa di nuovo ma non necessariamente migliore?

 

Nella seconda metà del XX secolo la società occidentale ha attraversato una fase di grande crescita economica, che ha portato ad uno sviluppo esponenziale dei vari settori industriali e anche delle linee globali di trasporto e di comunicazione, andando effettivamente a creare una società globale, profondamente interconnessa e con Paesi che spesso in certi campi sono dipendenti esclusivamente sulle importazioni dall’estero.

Il fatto di avere letteralmente il mondo a portata di mano, combinato con il miglioramento delle condizioni di vita e con l’influenza esercitata sulla popolazione dai nuovi mezzi di comunicazione, diventati ormai praticamente onnipresenti, ha portato però al diffondersi della concezione secondo la quale è assolutamente necessario essere sempre al passo con le mode e le tendenze, acquistando ciò che è popolare o di marca e sostituendolo non appena è soppiantato da qualcosa di nuovo ma non necessariamente migliore.

Gli esempi sono molteplici e possono essere riscontrati in numerosi ambiti, specialmente cibi, vestiti e prodotti tecnologici. Questo atteggiamento, anche se ovviamente in misure diverse per via delle disparità economiche, tende ad essere riscontrato in tutti gli strati della popolazione, in quanto la televisione e i social media sono estremamente efficaci nel diffondere capillarmente le pubblicità e le opinioni delle celebrità, che possono avere una grande influenza sul modo di pensare delle persone.

È chiaro che una situazione di questo tipo, anche se economicamente proficua per i produttori, non è per nulla sostenibile a lungo termine e non è neppure moralmente corretta per il benessere della popolazione, almeno secondo me. Per questo, negli ultimi anni si sono diffuse modalità alternative di pensare, che invece cercano di avere come priorità l’acquisto di non solo ciò che è effettivamente necessario, ma che è anche prodotto eticamente e il più vicino possibile a dove sarà poi venduto.

Questo atteggiamento è chiamato consumo responsabile e, sebbene stia diventando più conosciuto, non è ancora diffuso a sufficienza per poter produrre degli effetti significativi sulle nostre nazioni, e io credo che spetti a ogni singola persona che crede in queste idee impegnarsi per metterle in pratica e ispirare anche gli altri tramite il suo esempio, in quanto questo non è un campo in cui ritengo ci si possano aspettare degli interventi da parte dei governi, sia perché già impegnati con altri problemi, sia per ragioni di natura economica relative all’importanza che hanno le grandi multinazionali sul piano internazionali, in quanto verrebbero a risentirne.

I benefici che apporterebbe alla società un’adesione di massa a questa modalità di pensiero sarebbero molteplici, e condurrebbero al miglioramento di svariati problemi del nostro tempo, se non alla loro risoluzione. Uno degli esempi più lampanti, e che si può osservare anche nella nostra realtà quotidiana, è quello dei prodotti alimentari e nello specifico di quelli agricoli: nei nostri supermercati possiamo trovare certi tipi di frutta e verdura anche fuori dalla loro stagione, in quanto sono importati da Paesi con climi molto diversi dai nostri; ciò è sicuramente molto conveniente per noi consumatori, ma dobbiamo anche prendere in considerazione il grande dispendio di energia e le sostanziali emissioni dannose prodotte dal lungo viaggio per fare arrivare questi cibi sulle nostre tavole.

Ancora più eclatante, però, è sicuramente il trovare, nella loro corretta stagione, dei prodotti agricoli provenienti dall’estero a prezzi anche molto inferiori di quelli prodotti localmente; potrà anche essere più costoso, ma forse sarebbe più corretto, se la qualità è la stessa o anche superiore, acquistare ciò che si avvicina il più possibile all’ideale del cibo a “km zero”, non solo per ridurre i consumi e l’inquinamento ma anche per supportare la nostra economia locale. È infatti sempre necessario ricordare che, se nei nostri acquisti pensiamo solo a cercare il prodotto più economico sul mercato, allora stiamo contribuendo alla diffusione dei prodotti “generici” delle multinazionali a discapito di quelli tipici delle varie aree, se stiamo parlando di alimentari, oppure, nel caso di vestiti o oggetti tecnologici, a qualcosa che è anche più insidioso, ovvero la delocalizzazione degli stabilimenti produttivi in Paesi esteri, dove la manodopera è più economica e le regole più leggere, con lo scopo di massimizzare i profitti.

Opporsi a questo fenomeno ha molti benefici: il rispetto di uno standard di qualità più alto, il mantenimento nella nostra nazione di posti di lavoro che sarebbero altrimenti andati perduti e, moralmente, il sapere che i nostri prodotti sono stati realizzati da persone regolarmente assunte, protette e pagate, e che non sono invece costrette a lavorare in ambienti malsani e pericolosi per salari infimi. Gli esempi di prodotti, specie di vestiario o di tecnologia, che sono venduti a prezzi alti ma sono realizzati in queste condizioni sono innumerevoli, con il risultato che si paga solo per il simbolo di una marca molto pubblicizzata, che riesce a convincere i clienti ad acquistare sempre il modello nuovo non appena esce sul mercato, anche se non è in realtà migliore.

So che per fortuna si tratta di qualcosa che è presente solo in una piccola parte della popolazione, ma trovo comunque quasi deprimente il fatto che ci siano persone che acquistano il cellulare più recente o i vestiti più alla moda, spesso a prezzi spropositati, solo perché desiderano possedere uno “status symbol”, e che poi lo rimpiazzano immediatamente, contribuendo anche all’inquinamento.

Fortunatamente, però, credo che con il tempo la situazione potrebbe migliorare: innanzitutto, dalla mia esperienza mi sembra che, almeno in Italia, il consumismo non sia poi così diffuso, neppure tra i giovani (anche se ammetto che in altri Paesi, come gli Stati Uniti, la situazione potrebbe essere assai più critica); inoltre, vedo degli sforzi concreti, da parte di scuole e organizzazioni nel sensibilizzare la popolazione per quanto riguarda i benefici che apporterebbe l’adozione del consumo responsabile, e ritengo che, così come sono in grado di diffondere facilmente le pubblicità, i social media e le nuove tecnologie potrebbero aiutare anche a rendere visibili a tutti gli sforzi che vengono fatti per promuovere questo stile di vita migliore, che è più rispettoso per noi stessi, per gli altri, per la società e per il nostro pianeta.

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