I giovani di oggi sono nati con il cellulare in mano, sono amanti della tecnologia e per questo spesso considerati dagli adulti social addicted. Ma è davvero così?

 

«Ho avuto paura per me e la mia famiglia». «Ho attraversato momenti di ansia e di depressione». «Gli adulti l’hanno presa come un gioco o uno scherzo e quelli che stanno patendo siamo noi adolescenti»Sono queste alcune delle dichiarazioni che abbiamo raccolto in questi giorni da un gruppo di adolescenti Italiani

Stiamo vivendo un momento davvero difficile a causa della pandemia e sembra che le emozioni, gli stati d’animo e la vita sociale degli adolescenti siano stati lasciati in disparte. Un lockdown preso quasi per gioco, che è diventato la fine della libertà e della serenità per molti studenti delle superiori.

«All’inizio sembrava bello – dichiara Vittoria Castellani dell’Istituto tecnico economico statale Luigi Einaudi di Verona –. Non avevo idea che il lockdown sarebbe durato così a lungo.  Mi mancano i miei amici, poter guardare i professori negli occhi e stare in mezzo alla gente. Abbandonare la danza, l’unica cosa che amo davvero, è stato orribile; fare lezioni da casa era pericoloso e poco produttivo. La pandemia non mi ha portato solo stress e ansia, ma anche dubbi sul mio futuro, so che potrei avere difficoltà lavorative in caso di una prossima pandemia e non so se voglio continuare a studiare quello che mi piace».

Molto d’impatto sono le parole di Vesna Olivo, studentessa del Liceo delle Scienze Umane Bachelet di Abbiategrasso (MI): «Ho avuto crisi e attacchi di panico, non riuscivo a parlare con i professori in DAD, sembrava stessi parlando da sola. Ho provato lo sportello psicologico della scuola ma non mi sono sentita capita, nessuno era in grado di comprendere il mio stato d’animo. Adesso sono abituata alla DAD, ma lo stress non è diminuito da marzo, i professori credono che essendo a casa abbiamo più tempo, ma non è così, mi sento soffocare. Prima ero una ragazza distaccata, adesso mi manca il contatto fisico e non vedo l’ora di poter riabbracciare i miei amici e di togliere la mascherina una volta per tutte».

Lo stesso desiderio lo condivide Emmanuele Calcagno, dell’Istituto istruzione superiore Vincenzo Scuderi di Ramacca-Palagonia (CT) che racconta invece di aver avuto difficoltà ad accettare il lockdown. «Volevo vedere i miei amici, ridere e scherzare davvero, non in videochiamata. Anche se odio questa situazione sto imparando ad apprezzare le cose importanti e a prendermi cura di me stesso».

Il virus non ci ha portato via solo la libertà di uscire ma anche delle persone care. È il caso di Francesca Lepore del Liceo Enrico Medi di Villafranca di Verona, che ha perso sua nonna: «Mi sono sentita arrabbiata e triste, non ho potuto nemmeno salutarla, e sono dovuta andare avanti comunque, continuando ad impegnarmi a scuola».

La DAD non ha ottenuto molte approvazioni dagli studenti, in particolare da Elisabeth Mannelli del Liceo Linguistico Esabac del Vittoria Colonna di Arezzo, che ammette di non sopportarla più. «È un metodo educativo fallimentare, mi sento poco stimolata a studiare e a partecipare alle lezioni. I professori non aiutano, ci riempiono di compiti, concentrano interrogazioni e verifiche nelle stesse settimane e inoltre ci assegnano molte presentazioni e ricerche, quindi sono costretta ad utilizzare il computer anche nel pomeriggio».

Lo stesso parere è condiviso da Letizia Ferrero del Liceo Artistico Benedetto Alfieri di Asti, che quest’anno sosterrà l’esame di maturità. «Non mi sento affatto pronta per l’esame, a causa della DAD mi sembra di sprecare mesi importanti, lo stress è aumentato e rimpiango la scuola in presenza, in cui l’apprendimento è molto più semplice e immediato».

Numerosi ragazzi hanno dichiarato di aver avuto difficoltà a parlare con i propri genitori durante la pandemia ma non Antonio Pitti Cola del Liceo Scientifico Linguistico Lazzaro Spallanzani di Tivoli (RM), che ammette di aver sfruttato questi momenti difficili per aprirsi di più con la sua famiglia.

Ma forse la persona che ha passato il periodo più critico è stato Filippo Bertin, dell’Istituto statale superiore Carlo Anti di Villafranca (VR), che non solo ha attraversato dei momenti difficili in DAD nel primo lockdown, per cui è stato costretto a cambiare scuola, ma ha anche dovuto affrontare la positività al tampone di sua madre e sua sorella e la paura che trasmettessero il virus a lui e suo padre.

La generazione Z è nata con il cellulare in mano, amante della tecnologia e spesso considerata dagli adulti social addicted. Ma è davvero così? «Non credo che gli adolescenti siano dipendenti dalla tecnologia, se si mettessero 10 ragazzi in una stanza senza cellulare non ne sentirebbero la mancanza, perché è la solitudine e la noia ad avvicinarci alla tecnologia. Non ne abbiamo davvero bisogno».

Essere un adolescente nel 2020 non è facile ma la gen Z supererà anche questo.

Rebecca Fagone

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