Un vecchio saggio una volta disse: «La mela non cade mai troppo lontano dall’albero». Ebbene, aveva ragione. Noi siamo le nostre origini e, per quanto possiamo provare a negarlo, queste influenzeranno per sempre il nostro modo di essere.

Le nostre “prime origini” sono le persone che ci hanno allevato, indipendentemente dal fatto che siano i nostri genitori, i nostri nonni, i nostri fratelli maggiori o le persone che hanno semplicemente scelto di volerci bene. A loro dobbiamo molto, sono loro che ci hanno cresciuto e ci hanno trasmesso i valori della vita, nel bene e nel male. Questo concetto è semplice ma essenziale per comprendere le basi del razzismo.

Un bambino cresciuto in una famiglia povera, ad esempio, imparerà il valore del denaro, un bambino cresciuto in una famiglia materialista invece farà fatica a capire il vero valore dei sentimenti, mentre un bambino cresciuto in una famiglia bianca degli anni Cinquanta difficilmente vedrà un bambino di colore uguale a lui.

Il razzismo è un fenomeno che purtroppo accompagna da sempre l’uomo e consiste in una forma di discriminazione attuata da un gruppo sociale che si ritiene superiore nei confronti di un altro; l’ideologia razzista non ha alcun genere di fondamento scientifico (nonostante essa dichiari il contrario); anzi, è stata assolutamente confutata dalla scienza, la quale sostiene che tutti gli uomini abbiano un’origine comune e appartengano alla medesima specie, quella umana.

Un bambino educato da genitori razzisti è improbabile che cresca senza pregiudizi nei confronti di chi ha la pelle di un colore diverso dalla sua. Ciò ovviamente non può essere ritenuto colpa del bambino stesso in quanto i bambini sono le creature più innocenti e pure al mondo e formano le loro idee sulla base dell’educazione che ricevono, buona o cattiva che sia. Possiamo attribuire quindi la causa di tutto questo odio e pregiudizio presente nel mondo sempre a quello stesso mostro: l’ignoranza.

L’ignoranza è un male terribile di cui l’uomo proprio non riesce a fare a meno: tiene in ostaggio le menti delle sue vittime spesso trasformandole in strumenti di offesa da impiegare nella battaglia contro la verità. Fortunatamente da questa condizione ci si può ribellare. Come? Semplice: con l’informazione, la cultura, la conoscenza, emancipandoci così da questa forma di schiavitù ignorante e diventando padroni delle nostre menti.

Il mondo è grande e colorato ed è tutto da esplorare, essere curiosi è importantissimo per combattere il razzismo, perché è soltanto continuando a interrogare una bugia che prima o poi questa crollerà e ammetterà la verità. La conoscenza del nuovo, dell’estraneo, del diverso ci permette di riuscire a vedere cosa c’è oltre il nostro naso e ci protegge da tutti i pregiudizi e le malattie della società, ci insegna a vedere la bellezza di tutte le culture, a vedere la realtà da tanti punti di vista e a capire che in fondo non siamo così diversi gli uni dagli altri, tutti abbiamo le nostre tradizioni, le nostre usanze e le nostre credenze.

È normale diffidare di chi o cosa non si conosce, proprio come Jem e Scout – personaggi del romanzo Il buio oltre la siepe di Harper Lee – che inizialmente diffidavano di Boo Radley, ma ciò che non è normale è diffidare o peggio offendere, minacciare e aggredire un uomo solo perché questo venera un Dio diverso dal nostro, ha un orientamento sessuale diverso dal nostro o semplicemente ha la pelle di un colore differente dalla nostra. Questo non è mai stato normale, non lo è e non dovrà mai esserlo.

Nel romanzo di Harper Lee viene descritta molto accuratamente la situazione negli Stati Uniti d’America negli anni ‘60, in particolare dello stato dell’Alabama, uno degli stati americani più conservatori di sempre. Qui tutto ciò che abbiamo appena citato come inaccettabile rappresentava la quotidianità; tutti quei comportamenti a sostegno del concetto di disuguaglianza propri dell’ideologia razzista venivano “normalizzati”, la gente vi era ormai abituata, ma ciò non significa che dovessero essere considerati normali.

La gente era abituata a vedere una persona di colore non come uomo o donna, ma solo come “un negro”, era abituata a vedere in chiesa solamente gente bianca, perché i neri avevano la loro chiesa, era assuefatta a vedere gli uomini di colore vivere tra le baracche e il sudiciume, ed era abituata a vedere decine e decine di uomini e donne di colore venire condannati senza nemmeno un processo, senza nemmeno il beneficio del dubbio.

Questo era “normale” allora, ciò che normale non dev’essere, ma in una realtà dominata da ingiustizia e disuguaglianza non era accettabile che due bambini bianchi come Jem e Scout andassero a messa nella chiesa dei “neri”, come se Dio conoscesse colori. Non era accettabile che una ragazza bianca come Mayella Ewell fosse attratta da un nero come Tom Robinson e non era accettabile che un uomo bianco rispettato da tutti prendesse le difese di questo nero.

Fortunatamente però qualcosa iniziò a cambiare, Atticus Finch decise di difendere quel ragazzo nero, non perché era nero, ma perché era un “usignolo”, un uomo innocente e indifeso che meritava giustizia non meno di qualunque altro innocente, perché, come disse Thomas Jefferson un tempo: «Tutti gli uomini sono stati creati uguali». Ed io aggiungo, che hanno quindi pari diritto di essere uomini.

Purtroppo però le cose non vanno sempre come dovrebbero andare e giustizia per Tom Robinson non fu fatta, e nemmeno per George Floyd, Breonna Taylor, Ahmaud Arbery e tanti altri. Queste persone non hanno avuto giustizia, sono state private della vita, hanno perso la loro voce, per questo è importante diventare noi la loro voce, la voce del cambiamento.

Vittoria Tosi, 3L

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