Una riflessione a partire dal discorso di Chimamanda Ngozi Adichie. La strada da percorrere perché le donne abbiano gli stessi diritti di cui godono gli uomini è ancora molto lunga.

Siamo ormai nel terzo millennio e ancora oggi si sente parlare di stereotipi di genere e di violenza sulle donne, ma non vengono mai annunciati significativi passi in avanti contro questi problemi che affliggono pesantemente la società moderna. Sempre più spesso giungono notizie riguardo alle disuguaglianze tra uomo e donna, ma se ne parla come se non si potesse porre rimedio a tutto ciò. È possibile cambiare le cose e cosa può fare ognuno di noi per evitare che queste disuguaglianze continuino ad esistere? Chimamanda Ngozi Adichie, una giovane donna nata e cresciuta in Nigeria, ha scritto Dovremmo essere tutti femministi, un discorso molto toccante, che fa riflettere su quanto sia ampio il divario tra uomini e donne e su cosa si possa fare per eliminarlo, in cui racconta tutte le esperienze vissute nel suo Paese per quanto riguarda gli stereotipi di genere.

«Quello che mi colpisce è quanto sia importante per queste donne sapere di “piacere”». Questa è una delle affermazioni tratte dal suo discorso, pronunciato nel 2012 in un incontro annuale dedicato all’Africa, che riassume perfettamente quanto la società sia focalizzata sulla bellezza femminile e sull’apparenza: infatti ci si aspetta sempre che le donne siano aggraziate, dolci, belle e curate nell’aspetto. Devono rispettare dei canoni, dei criteri, per essere accettate dalla società e inoltre devono essere decorose, soprattutto nel modo di vestire, se vogliono avere una reputazione o ottenere semplicemente un lavoro. Infatti è davvero sottile la differenza tra il “decoro” e la “provocazione”: basta veramente poco per essere considerate donne che “se la sono cercata”. Troppe volte si sente parlare di uomini che violentano ragazze solo perché il loro abbigliamento è stato ritenuto “provocante”, ma questo non può essere normale: non è accettabile che una donna, solo perché è vestita in una certa maniera, venga violentata. La razionalità e il controllo dell’istinto distinguono l’uomo dall’animale, ma molto spesso questo viene dimenticato e l’uomo non se ne fa una colpa, proprio perché la responsabilità viene data a colei che è stata violentata.

Durante il periodo di quarantena c’è stato un incremento del numero di abusi subiti dalle donne, perché costrette a rimanere nella propria abitazione senza poter uscire, e molte sono state le chiamate ai centri antiviolenza o alla polizia; un caso particolare è stato quello di una donna sudamericana che, fingendo di ordinare una pizza, è riuscita a chiamare i carabinieri che hanno poi arrestato il compagno che aveva picchiato lei e il figlio. Lei è un esempio da imitare, poiché è riuscita a dire basta ad una situazione pericolosa, situazione da cui molte donne non vogliono uscire per non disonorare la famiglia, pensiero ancora oggi diffuso anche in Italia.

Non bisogna però dimenticare che, oltre alla violenza fisica, esiste anche la violenza psicologica che colpisce profondamente: frasi di poche parole o semplici gesti che diventano macigni insopportabili capaci di danneggiare in maniera pesante l’autostima di una donna e la sua forza di reagire. Questi sono episodi a cui molto spesso viene data poca rilevanza, ma che si susseguono nel tempo e portano all’esasperazione. Questi segnali alle volte non vengono colti immediatamente, tanto che non viene fornito alcun tipo di aiuto e l’unico modo che queste vittime considerano per uscire da questa situazione è il suicidio: nel 2018 più di cento donne si sono tolte la vita a causa delle continue violenze a cui erano sottoposte.

«Più sali e meno donne trovi». Questa è un’altra delle affermazioni presenti nel discorso Dovremmo essere tutti femministi che rappresenta alla perfezione i vari stereotipi di genere: le donne sono costrette a lavori umili e devono essere sempre al servizio degli uomini mentre loro ottengono incarichi prestigiosi e “mantengono la famiglia”.

La pandemia, però, ci ha dimostrato quanto le donne siano invece importanti per la società e quanto contino in una famiglia, ma ha messo in luce anche aspetti negativi: durante il periodo di quarantena, le donne sono state madri, mogli, figlie e lavoratrici: hanno dovuto coniugare la vita lavorativa con quella familiare e sopportarne il peso. Tutto ciò non è stato considerato e le donne si sono ritrovate a svolgere molti più lavori del normale e ciò ha peggiorato la loro condizione sociale, mentre per gli uomini lo stress non è stato così tangibile, poiché dopo le ore di lavoro, non hanno dovuto badare ai figli o alla casa, oppure lo hanno fatto in maniera minore rispetto alle mogli.

Quando si sente parlare di scienza e donne, ci si sorprende sempre, poiché sembra un qualcosa di inusuale: infatti, come riporta un articolo de La Repubblica, neanche un terzo dei ricercatori scientifici è donna, ma il contributo che hanno dato e che continuano a dare alla scienza è fondamentale. Basti pensare a Samantha Cristoforetti, prima donna a far parte degli equipaggi dell’Agenzia Spaziale Europea e donna che detiene il record per la più lunga permanenza nello spazio; oppure alle ricercatrici che nei primi mesi di pandemia sono riuscite ad isolare un ceppo del Coronavirus. Quando quest’ultima notizia è stata diffusa dai giornali, il fatto che fossero state proprio delle donne a scoprire questa tipologia di virus è stato sottolineato più volte, come se fosse qualcosa di straordinario, ma questa dovrebbe essere invece la normalità.

In conclusione, la strada da percorrere per fare in modo che le donne abbiano le stesse possibilità e gli stessi diritti di cui godono gli uomini è ancora molto lunga. Vengono emanate sempre più leggi a tutela delle donne e delle loro libertà, ma il problema non sembra risolversi; non è necessario proteggere le figlie femmine quando i figli maschi sono liberi di fare ciò che vogliono: bisogna che entrambe le parti vengano ben educate in modo che nel futuro uomini e donne possano collaborare, senza che nessuno prevarichi sull’altro.

Anna Da Prati, 3A

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