Giovanni Mazzi

«Quando ho iniziato a lavorare con i ragazzi tossicodipendenti, quelli che la maggior parte di noi sono abituati a vedere solo nei film, cominciai a capire che dovevo dare loro una speranza».

In occasione degli incontri con le classi terze del liceo Medi per terminare il percorso iniziato in prima superiore, il 26 gennaio 2019 si è tenuta l’intervista a Giovanni Mazzi, educatore professionale ed esperto dirigente di comunità di recupero. Nipote di don Antonio Mazzi, fondatore della comunità di recupero Exodus, per oltre venticinque anni si è occupato dei giovani in grandi difficoltà.

– Come ha scelto gli argomenti di questo progetto? C’è stato un momento particolare in cui è scaturita quest’idea?

«Questo progetto,“Stile di vita e benessere” è nato proprio con voi ragazzi due anni fa, quando eravate in prima. Mi era stato richiesto dalla professoressa Giorgia Palmano, perché sono temi importanti, vicini a voi ragazzi, ma non voleva che fossero trattati come si fa in una lezione scolastica o durante un’assemblea di istituto. Il titolo del progetto per le classi prime, è stato poi cambiato in “Ho imparato a sognare”. Lo scopo che ci eravamo prefissi era di parlare a voi ragazzi di qualsiasi aspetto della vita, ma con le poche ore a disposizione è risultato difficile essere completamente esaustivi».

– Perché ha deciso di parlare di questo argomento proprio a noi ragazzi di terza?

«L’idea iniziale era quello di farlo in prima, ma, pensandoci bene, la terza è un periodo di passaggio, lo è stato anche per me. In questa fase sei a metà, sia a livello psicologico sia a livello fisico, cambiano parecchie cose perché hai un occhio verso quello che stai per diventare ma per certi aspetti sei ancora ragazzino. È il periodo dove si hanno più libertà, in cui si è costretti a fare delle scelte e imparare le basi per gestire la vita futura, perché sembra tanto lontana ma in realtà arriva in fretta e lì non ci sono più alibi … bisogna stare attenti a qualsiasi cosa e avere determinate responsabilità. Ecco questo progetto è mirato proprio per preparare i ragazzi in anticipo, non dieci minuti prima … come spesso succede».

– Durante la prima superiore ci ha parlato di droghe e alcool. Non pensa che possa essere un argomento più adatto ai ragazzi del triennio?

«Sì assolutamente, infatti quest’anno non ho mai parlato di droga con i ragazzi di prima, io non voglio essere etichettato come colui che parla solo di questo. Ovviamente se c’è interesse da parte degli alunni io ne parlo molto volentieri».

– Come fa a raccontare tematiche, vicende importanti e molto toccanti con questo spirito divertente e ironico?

«Quando ho iniziato a lavorare con i ragazzi tossicodipendenti, quelli che la maggior parte di noi sono abituati a vedere solo nei film, cominciai a capire che dovevo dare loro una speranza. Ho cercato, quindi, di trattare argomenti così profondi facendo in modo di non entrare nella disperazione che vedevo tutti i giorni. Ovviamente le battute che io tendo a dire non sono mai offensive e di certo non hanno lo scopo di banalizzare la droga, solo che questo metodo mi permette di ottenere una certa concentrazione da parte di voi ragazzi che dovete conoscere questo mondo. È una tecnica comunicativa».

– Ha altre aspirazioni per il suo futuro in ambito lavorativo? Pensa di poter aiutare maggiormente noi ragazzi?

«Un pedagogista ha detto che in educazione si inciampa nei problemi, non si cercano. Nella mia vita è sempre stato così … quando mi trovo davanti a situazioni impreviste o ad una possibilità di lavoro di un certo genere, io cerco sempre di capire come affrontarla. Ho capito mio malgrado di non poter salvare il mondo, perché su certi aspetti siamo ancora poco maturi (e non parlo dei ragazzi); ora sono contento di quello che sto facendo perché lo faccio con tutta la passione possibile ed è proprio questo che voglio trasmettere a voi ragazzi. Scegliete la strada che si dimostra più adatta a voi e fatelo con passione».

Giorgia Capparelli, 3H

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