L'incendio di Notre Dame

Come possiamo pensare che abbia senso destinare quella cifra enorme al restauro di una grande opera d’arte, sapendo che con quella stessa cifra si potrebbe vaccinare l’intero continente africano?

Il 15 aprile tutti noi eravamo davanti al televisore ipnotizzati dalle immagini della chiesa di Notre Dame in fiamme. Nelle prime ore sono state fatte congetture di tutti i tipi ma al di là delle cause e delle responsabilità, della fede religiosa e della paura, la sensazione che qualcosa di inestimabile sia andato perduto rimane. Abbiamo sentito esperti ed opinionisti (tra tutti Vittorio Sgarbi ad esempio) minimizzare definendo il danno “grave ma non irreparabile” e nel giro di pochissimo tempo, forse ore, è stata raccolta una cifra impressionante per il restauro. Ci siamo sentiti sollevati eppure c’è qualcosa di strano.

Che Notre Dame sia un simbolo è abbastanza evidente: il simbolo della Cristianità hanno detto, della civiltà occidentale, dell’Europa, della cultura, della nostra storia, dei nostri valori… Tutto vero immagino, tuttavia personalmente credo invece che sia il simbolo di una civiltà che è sulla soglia della decadenza perché nella sua estrema evoluzione, con tutta la sua conoscenza, tolleranza, comprensione, progresso, invece che espandersi sta implodendo, ha perso la sua umanità, i valori, il senso di cosa è importante e cosa non lo è. Come possiamo pensare che abbia senso destinare quella cifra enorme al restauro di una grande opera d’arte, sapendo che con quella stessa cifra si potrebbe vaccinare l’intero continente africano o salvare l’Amazzonia dalla deforestazione o dissalare oceani per far fronte al fabbisogno di acqua dolce di interi popoli che muoiono di sete e di fame? Come possiamo pensare alle opere d’arte prima che alle persone? Come possiamo essere più preoccupati delle api che “abitavano” il tetto della cattedrale che degli sfollati per il terremoto o i feriti degli attentati o i morti in mare o i malati incurabili? Come possiamo?

La cultura, l’istruzione, l’arte sono ciò che ci caratterizza come esseri umani e che ci fa progredire, pensare, evolverci e sono davvero necessarie e indispensabili, ma deve esserci una via di mezzo. Invece passiamo dalle zuffe verbali sui social all’indifferenza mentre camminiamo per strada accanto a un mendicante, dall’impegno “per l’Europa” o “per il clima” o “per l’integrazione” alla nostra quotidianità in cui continuiamo a definire “crucchi” i tedeschi, a gettare mozziconi di sigaretta dal finestrino dell’auto, a pensare che se incrociamo un magrebino al parco “sta sicuramente spacciando”. Passiamo dalla più profonda compassione di fronte all’ennesimo caso pietoso in tv a bullizzare il compagno di banco, dal commovente cagnolino o gattino da salvare allo stupro sotto il cavalcavia della ferrovia. Passiamo dalla Santa Messa, momento di elevazione spirituale di una religione che fa di fede, speranza e carità la sua bandiera, al disgusto quando un uomo di colore ci si avvicina fuori del supermercato per chiedere qualche spicciolo per mangiare. Siamo sempre noi, siamo tutto e il contrario di tutto, lasciamo convivere in noi convinzioni e azioni contrarie.

È vero, Notre Dame è un simbolo o dovrebbe essere un simbolo, ma sta a noi trasformarlo nel simbolo giusto. Dovrebbe rappresentare un momento di svolta in cui al di là del terrorismo, delle potenti lobby economiche che fanno il bello e il cattivo tempo, della politica sempre più lontana dalla voce della gente, al di là di tutte queste – e molte altre – enormità dovrebbe essere il simbolo della nostra umanità. Rinunciare alla ricostruzione per non sacrificare 4000 metri cubi di alberi, ad esempio potrebbe essere un passo, un primo gesto, un simbolo appunto, perché se non ci accorgiamo o peggio ignoriamo le cose piccole e vicine, non arriveremo mai a quelle grandi e lontane. Se l’oceano è fatto di gocce, una cartaccia raccolta da terra, una ciotola di cibo per un randagio, una parola di conforto per un amico o una battuta ricacciata in gola per non offendere qualcuno, sono “gocce” reali, vere e sincere che potrebbero trasformare una pozzanghera in un oceano e salvarci tutti. Dovremmo farlo. Mi piace pensare che questa cosa dipende anche da me, mi piace pensare al mio futuro con Notre Dame nell’oceano.

Enrico Sfiligoi, 4F

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