Una pellicola italiana coraggiosa, romanzata ma autentica, con grande cura del linguaggio, ottima recitazione da parte degli interpreti e una fotografia sapiente e studiata.

Tutti conosciamo la leggenda sulla nascita di Roma: Rea Silvia, figlia di Numitore –re di Alba Longa spodestato dal fratello Amulio – si unisce al dio Marte e dà alla luce due gemelli. Amulio, temendo di perdere un giorno il potere, fa abbandonare i piccoli in una cesta sul Tevere, ma i due, Romolo e Remo, invece di morire vengono salvati da una lupa, che li allatta fino a quando vengono accolti da un pastore, il quale decide di allevarli come figli suoi. Giovani e forti, vengono a conoscenza delle loro origini, così prima sconfiggono Amulio ad Alba, poi fondano una nuova città, Roma appunto, nei luoghi della loro infanzia.  

Mi chiedevo quanto fedelmente e come sarebbero riusciti a rendere cinematograficamente questa leggenda. Un tipico film epico in perfetta tradizione? O piuttosto la strada della modernità? Effetti speciali? Uno smodato utilizzo di CGI (immagini generate al computer)? Niente di tutto ciò. Il Primo Re è stata una piacevole sorpresa, con una storia certamente estrema, ma realistica, autentica – seppur romanzata – e viscerale.

Il regista e sceneggiatore Matteo Rovere ha preso una serie di scelte molto coraggiose per un film italiano, di quelle che fanno sperare che la ripresa del vigore della settima arte nel nostro paese non sia solo un fuoco di paglia. Prima fra tutte è il linguaggio. L’uso del proto-latino con sottotitoli, nonché i costumi e le costruzioni degli insediamenti umani, indicano un’accuratezza storica ricercata con estrema cura, che non cade nel documentaristico. Da evidenziare anche l’interpretazione intensa e viscerale degli attori, che rende quasi superflua la traduzione dei dialoghi, tanto che avrebbero potuto parlare una lingua inventata o dire numeri come in un esercizio di recitazione, e il messaggio sarebbe arrivato comunque forte e chiaro. Questo non può che essere un estremo punto di forza e una grandissima attestazione di bravura per gli interpreti e per la grammatica del film, che lo rende fruibile e avvincente.

Il Primo Re
Il Primo Re

I bravissimi Alessandro Borghi (Remo), Alessio Lapice (Romolo) e Tania Garribba (Satnei), così come gli altri interpreti, con la loro recitazione fisica ed emozionale fanno emergere quell’istintiva animalità che è ancora in noi e che fa percepire la volontà, la sofferenza, le difficoltà, la fame, il legame, la divinità, senza bisogno di parole. Sono gli sguardi, i gesti non artificiali, l’intenzione che muove ogni azione che viene dal profondo, la vera forza di questo film, che non si lascia corrompere: non è didascalico né commerciale, non strizza l’occhio ai blockbuster americani, non ha pretese di storicità (ma proprio per questo è estremamente attendibile), non cerca di ingannare il pubblico.

Ulteriore effetto realistico ci è regalato da Daniele Ciprì, direttore della fotografia, che ha scelto di usare solo luce naturale, proprio come già aveva fatto Emmanuel Lubezki nel pluripremiato The Revenant  di Alejandro González Iñárritu, che ha regalato l’Oscar a Leonardo Di Caprio. I raggi di sole che filtrano tra i rami della foresta con il pulviscolo in sospensione, la vegetazione, gli insetti, i fuochi notturni che illuminano a cortissimo raggio e in maniera estremamente drammatica i personaggi, rendono l’atmosfera cruda e vera e particolarmente coinvolgente. Una fotografia che non addolcisce le scene, ma le esaspera, che è spietata nell’evidenziare errori o enfatizzare momenti epici e che rende tutto estremamente diretto, come un pugno nello stomaco.    

La meccanica de Il Primo Re porta lo spettatore a chiedersi continuamente se si ricordi male e se il primo re di Roma non sia effettivamente Remo, prepotentemente protagonista del film per buona parte della storia. La magia che è riuscito a operare Rovere è in parte anche questa: rendere omaggio alla forza di Romolo, che ha fondato un impero tra i più grandi e potenti che la storia ricordi, attinta dal legame con il fratello, dal reciproco sostegno fino all’inevitabile scontro, non per il potere, ma per un ideale.

La vera rottura tra i due fratelli è causata dalla divinità: Romolo credeva nel fuoco sacro da proteggere, mentre Remo credeva nell’uomo. La religione, alla fine, è quella che porta alla discordia, allo scontro, alla morte di Remo per mano del fratello. Guerra e religione… sono passati secoli e ciò è purtroppo ancora drammaticamente attuale.      

Il Primo Re fa pensare. Per questo tutti dovrebbero guardare, non semplicemente vedere, un tale magico intreccio di fuoco, uomini, fango e sangue, per riscoprire il nostro futuro in un passato destinato a ripetersi ancora e ancora all’infinito. Perché se c’è una cosa che la storia ci insegna è che non impariamo mai dai nostri errori, ma li ripetiamo.

Enrico Sfiligoi (4F)
Liceo E. Medi, Villafranca (VR)

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