Tra Brigate Rosse e No-Tav, passando per Cosa Nostra: al Liceo Medi l’autorevole testimonianza di Gian Carlo Caselli, ex giudice di spicco del panorama nazionale.

Martedì 8 maggio 2018 gli studenti delle classi quinte del Liceo Medi di Villafranca hanno ascoltato la testimonianza del magistrato Gian Carlo Caselli e il suo intervento sulla lotta contro il terrorismo e la mafia. Classe 1939 ed in pensione da cinque anni, alle sue spalle Caselli vanta un curriculum di tutto rispetto: un’intera vita trascorsa in magistratura, al servizio dello Stato. Tra i fascicoli più importanti sulla sua scrivania, quelli sulle Brigate Rosse e su Cosa Nostra. «Non fidatevi di me, c’è la mia opinione, ma ce ne sono tante altre. Studiatele e poi mettetele accanto e scegliete quella che vi convince di più», queste le parole con cui Caselli apre la sua testimonianza.

Dopo una breve introduzione sui caratteri del terrorismo, Caselli si addentra in una trattazione a proposito delle Brigate Rosse: chi erano? Cosa volevano? Come agivano? Erano innanzitutto un gruppo di terroristi. Secondo la loro ideologia, lo Stato italiano era falsamente democratico, colpevole di celarsi dietro ad una maschera per nascondere il suo vero volto fascista e reazionario. Lo scopo che i brigatisti si attribuivano era quello di mostrare al popolo, attraverso delitti e crimini eclatanti, la vera natura dello Stato, al fine di abbattere la democrazia proprio nel momento in cui il Paese si stava rialzando e cercava di cambiare. Caselli definisce i terroristi come pervasi da «vigliaccheria nascosta dal fanatismo, dalla convinzione di essere dalla parte del giusto». Altrettanto vigliacco è stato il barbaro assassinio di Aldo Moro, leader della Democrazia Cristiana, avvenuto il 9 maggio 1978, dopo che il politico era stato tenuto in ostaggio dalle BR per 55 giorni. Per Gian Carlo Caselli si è trattata di una vera «tragedia sul piano umano». Alla domanda sulla sua posizione in merito ad una trattativa tra Stato e brigatisti finalizzata alla liberazione di Moro, il giudice Caselli si schiera per «la linea della fermezza, una fermezza crudele».

Ma il 1978 non fu tragico solo per il terrorismo. Lo stesso 9 maggio 1978 venne ucciso per mano di Cosa Nostra il giornalista ed attivista Peppino Impastato, reo di aver irriso i mafiosi davanti ai microfoni della sua radio “Onda out”. Caselli sottolinea l’importanza di ricordare l’attività dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e di quanti, dopo la loro brutale uccisione nel 1992, hanno proseguito la lotta contro la mafia, riuscendo ad infliggere nel maxi processo palermitano ben 650 ergastoli, grazie anche alle coraggiose testimonianze dei pentiti. La difficoltà nello sconfiggere la mafia – rileva Caselli con un velo di amarezza – risiede nella cosiddetta zona grigia, in quell’intricato intreccio fra mafia e politica che ostacola l’attività giudiziaria. Tuttavia, conclude il giudice, un cambiamento è possibile: «Si può lavorare, bisogna lavorare tutti insieme, lavorando per la società civile, denunciando le cose che non vanno».

Aleksandar Mitrovic,
Liceo E. Medi, Villafranca (VR)

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