La letteratura e il cinema, soprattutto la fantascienza, hanno più volte affrontato, analizzandoli e presentandoli da decine di prospettive differenti, i futuri alternativi; un autore in particolare ci fa riflettere con la sua opera: Philip Kindred Dick.

 

La guerra e il razzismo sono temi tremendamente attuali che riempiono quotidianamente giornali e palinsesti, temi che pensavamo relegati agli orrori del Nazismo e che invece continuano ad affligerci. Ognuno di noi, almeno una volta nella vita si è domandato: «e se gli alleati avessero perso la guerra? Se avessero vinto i tedeschi?”. Davanti a questi interrogativi si apre una visione distopica di un mondo afflitto da guerra e razzismo, che è però il nostro mondo.

La letteratura e il cinema, soprattutto la fantascienza, hanno più volte affrontato, analizzandoli e presentandoli da decine di prospettive differenti, questi futuri alternativi; un autore in particolare ci fa riflettere con la sua opera: Philip Kindred Dick. Molti dei suoi lavori vennero trasposti sul grande schermo a partire dal 1982 con Blade Runner di Ridley Scott, poi nel 1990 Atto di forza dell’olandese Paul Verhoeven o nel 2002 Minority Report di Steven Spielberg. In tutti i film realizzati il cinema prende solo l’idea di fondo di Dick e produce lungometraggi dichiaratamente infedeli alla sua scrittura in cui l’unica vera costante è il rapporto problematico tra percezione e realtà.

Lo stesso avviene nella serie televisiva “L’uomo nell’alto castello – The man in the high castle”, tratta appunto dall’omonimo romanzo edito in Italia con il titolo La svastica sul sole, in cui la storia è ambientata in un 1963 in cui le potenze dell’Asse (Germania, Giappone e un’irrilevante Italia) hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale e si sono spartite il mondo. L’immaginario ucronico proposto da Dick nella serie tv viene ingrandito ed approfondito: tanto gli Stati Giapponesi che il Reich Nazista sono luoghi in cui vige un clima di piombo, in cui Kempeitai da un lato e SS dall’altro controllano ogni aspetto della vita quotidiana ed eliminano oppositori politici ed ebrei senza nessun rimorso. La razza “superiore” domina, decide e dispone.

A collegare i personaggi contribuiscono soprattutto due libri: I Ching, opera millenaria giapponese composta da due volumi che quasi tutti usano per tentare di far luce sul proprio avvenire, una sorta di sostegno morale per ogni decisione, e La cavalletta non si alzerà più. Dick non si limita a cambiare l’esito della Guerra, ma riesce a creare un complesso mondo alternativo, nel quale inserisce anche dettagli e riferimenti alla Storia come noi la conosciamo, rendendo ancor più difficile distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è. Il romanzo assume i contorni da meta-romanzo nel momento in cui altri libri diventano protagonisti all’interno della narrazione. Ed è proprio in questo contesto che emerge la poetica dickiana: chi ci dice che la realtà che ci circonda è la vera realtà e non uno sfondo di cartapesta costruito a nostra immagine e somiglianza? Dick riscrive la storia a modo suo, spostando il confine dell’Immaginario.

The Man in the High Castle televisivo, rispetto al romanzo – più spirituale e filosofico – si regge sull’ambiguità e la complessità dei personaggi, con una scrittura difficile che richiede allo spettatore una grande attenzione ai particolari. Quella di Amazon Studios è una serie straordinaria sull’ineluttabilità del destino e su come questo, a prescindere dall’epoca o dal contesto storico, saprà trovarci, una parabola disturbante che porta a chiederci quanto degli eventi apparentemente minori possano in realtà influenzare le nostre vite: il finale non è una sorta di conclusione convenzionale della storia perché va oltre la storia.

Nell’Ulisse di James Joyce, Stephen Dedalus dice “La storia è un incubo dal quale sto cercando di svegliarmi.” e Dick sembra proprio vedere la realtà in cui viviamo in quel modo. Il messaggio che si vuole trasmettere si sintetizza nella battuta di Rudolph Wegener di fronte all’Uomo nell’Alto Castello “il fato è mutevole, il destino viene deciso dagli uomini”, praticamente non importa come vadano gli eventi della Storia, alla fine sono gli uomini che le danno un indirizzo. Queste parole di Philip K. Dick sono la definitiva condanna del genere umano, che nella sua visione è la causa di ogni male e dal male non può generare altro che ulteriore male.

Entrambe le opere, la serie e il romanzo, sono strettamente legate alla Seconda guerra mondiale, il punto più basso che ha raggiunto l’umanità nella sua storia e penso che molti di noi, che abbiamo apprezzato entrambe, abbiamo fatto un’ipotesi, che forse Dick non avrebbe condiviso: l’altro universo che si vede è reale, ma questo non significa necessariamente che il mio sia falso, è possibile che entrambe le realtà siano vere, come nella teoria degli universi paralleli. La cosa agghiacciante è che in tutti questi mondi guerra, immigrazione e razzismo sono il cancro che corrompe l’essere umano perché quello che non riesce a comprendere e controllare, l’uomo vuole distruggere.

«Sono simile a quest’uomo, dal punto di vista razziale? Si, domandò Baynes. Simile a tal punto da avere le stesse intenzioni e gli stessi obiettivi? Allora c’è anche in me quella vena psicotica. È un mondo psicotico, quello in cui viviamo. I pazzi sono al potere. Da quanto tempo lo sappiamo? Da quanto tempo affrontiamo questa realtà? E… quanti di noi lo sanno? Non Lotze. Forse se uno sa di essere pazzo, allora non è pazzo. Oppure può dire di essere guarito, finalmente. Si risveglia. Credo che solo poche persone si rendano conto di tutto questo. Persone isolate, qua e là. Ma le masse… Che cosa pensano? Tutte le centinaia di migliaia di abitanti di questa città. Sono convinte di vivere in un mondo sano di mente? Oppure intravedono, intuiscono in qualche modo la verità? Ma, pensò, che cosa significa la parola pazzo? è una definizione legale. E per me, che significato ha? Io la sento, la vedo, ma che cos’è?».

Enrico Sfiligoi

 

 

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