Gli avanzi di plastica si accumulano negli ambienti marini di tutto il mondo, si decompongono lentamente in piccoli pezzi tossici. 

 

L’inquinamento dei mari è un problema assai grave che interessa oggi tutto il nostro pianeta. Sulla Terra sono presenti circa un miliardo e mezzo di metri cubi d’acqua, il 97% dei quali costituito da acqua salata ed il 3% da acqua dolce. Abitualmente si considera l’acqua un bene illimitato ma non si deve pensare che per questo vi si possa gettare di tutto dentro perché si minaccerebbe la purezza dell’acqua e quindi la sopravvivenza delle specie viventi. Purtroppo ogni anno vengono gettate negli oceani grosse quantità di rifiuti e inquinanti.

L’inquinamento degli oceani è provocato dalle attività umane terrestri e marine e dalle emissioni di gas in atmosfera. Questi inquinanti e rifiuti sono poi ridistribuiti sulla superficie del globo dalle correnti dei mari. Ci sono diversi tipi di inquinamento marino: quello dovuto all’estrazione di combustibili fossili, ai trasporti e alla pesca che scaricano grosse quantità di sostanze tossiche nell’oceano o l’inquinamento acustico, che turba il comportamento di alcune specie animali, come i grandi mammiferi marini.

L’inquinamento più presente è quello petrolifero che si può dividere in tre categorie : l’inquinamento off-shore, lontano dalla costa, provocato dal rilascio di sostanze tossiche a causa del lavaggio delle cisterne o degli incidenti di petroliere; l’inquinamento costiero, quello più dannoso perché difficile da debellare ed è inutile utilizzare le macchine perché l’unico modo per intervenire nei fondali bassi è rimuovere la sostanza inquinante manualmente; infine l’inquinamento subacqueo, che di solito è causato dall’incendio di una petroliera che provoca dispersione di idrocarburi e deposizione sul fondale marino delle sostanze pesanti, come il catrame.

Secondo un recente rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (PNUA), le plastiche, in particolare i sacchetti e le bottiglie in PET, sono i rifiuti marini più diffusi al mondo: in molti mari regionali costituiscono oltre l’80% dei rifiuti. Gli avanzi di plastica si accumulano negli ambienti marini di tutto il mondo, si decompongono lentamente in piccoli pezzi tossici che possono essere ingoiati dagli esseri viventi, come ad esempio le tartarughe di mare, che confondono i sacchetti galleggianti con le meduse.

Plastica-mare

Ogni anno gli esseri umani usano centinaia di miliardi di sacchetti di plastica (100 miliardi solo negli Stati Uniti, secondo il World Watch Institute . Se ne ricicla soltanto una piccola percentuale, mentre la maggior parte non serve che per pochi istanti, ma i sacchetti di plastica in natura sopravvivono per migliaia d’anni. Accumulati ad altri rifiuti, possono formare distese gigantesche, vere e proprie discariche galleggianti. La più famosa, conosciuta con il nome di Trash Vortex, ovvero vortice di spazzatura, è grande più del Texas. Si tratta di un’enorme pattumiera generata dalle correnti marine tra le Hawaii e il Pacifico del Nord. Questa “isola” è meta di molti turisti.

Come salvare i mari? Come intervenire? Ci sono nel mondo diversi studiosi che stanno cercando un modo per migliorare la situazione. Uno di questi è Boyan Slat, poco più che ventenne, studente di ingegneria aerospaziale in Olanda che ha già un centinaio di persone che stanno lavorando per lui, e con lui, su un innovativo progetto, l’Ocean Cleanup Array, destinato a ripulire le tonnellate di plastica che soffocano gli oceani grazie ad un sistema galleggiante che convoglia i rifiuti.

Questo progetto è anche sicuro per gli essere viventi marini: infatti al contrario delle reti che finiscono per intrappolare oltre alle scorie non degradabili anche la fauna ittica, Boyan propone di sfruttare le correnti per convogliare i rifiuti a destinazione. «Perché correre dietro alla plastica e usare reti che distruggono l’ecosistema oceanico se si possono impiegare sbarramenti fissi ancorati al fondo del mare?»  ha spiegato Slat. L’Ocean Cleanup dovrebbe permettere ai pesci di non essere catturati, in quanto il movimento dei bracci, guidato dalle correnti, sarebbe così lento e prevedibile da lasciare agli organismi animali il tempo di sfuggire al ciclopico imbuto della spazzatura acquatica. La plastica, accumulata in questo cuneo formato da bracci di 50 chilometri, verrà poi evacuata da appositi battelli-discarica.

Boyan e il suo gruppo hanno condotto uno studio di fattibilità alle Azzorre e sperano di mettere in opera le prime trappole nel Pacifico settentrionale entro il 2020.

Agata Tebaldi
Liceo E. Medi, Villafranca (VR)

 

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