Cosa capita nella nostra mente quando ascoltiamo i nostri brani preferiti? Da punti che si illuminano a ponti che si creano. Ne abbiamo parlato con il Maestro Leonardo Sapere, direttore dell’Orchestra Fracastoro-Maffei. Chi studia musica allena il cervello all’apprendimento.

 

Che sia la Nona di Beethoven o Shape of you di Ed Sheeran la musica accompagna sempre la nostra giornata: ci aiuta a concentrarci mentre studiamo, ci carica durante una corsa o semplicemente ci permette di passare il tempo quando non sappiamo cosa fare. Ma vi siete mai chiesti perché la musica è così importante per noi?

I neuroscienziati hanno cercato attraverso uno “scanning” del nostro cervello, tramite apparecchiature come la fMRI (Functional Magnetic Resonance Imaging), di trovare una risposta a questa domanda e hanno scoperto che in attività come lo svolgimento dei problemi di matematica e la lettura di testi, solo alcune parti si illuminavano, segno che il cervello stava svolgendo delle attività in quelle determinate aree. Quando invece l’esaminato ascoltava un brano musicale si potevano osservare dei cosiddetti “fuochi d’artificio”: varie parti del nostro cervello si mettevano in moto nello stesso momento per tradurre i suoni della melodia e del ritmo in sensazioni percepibili, capaci di trasmettere emozioni e indurre al movimento.

Per i musicisti la faccenda è ancora più complessa: gli scienziati hanno osservato un’intricata rete di collegamenti utilizzati per lo scambio di dati tra le varie aree del cervello a grandissima velocità. I punti più interessati sono la zona motoria, visiva e ovviamente uditiva del cervello anche se al processo partecipa praticamente tutta la nostra mente!
Come ci ha riferito il maestro Leonardo Sapere, direttore dell’Orchestra Fracastoro-Maffei, il musicista deve, nello stesso tempo, leggere lo spartito, tradurre dei segni su un pentagramma in gesti sempre diversi da impartire alle mani, suonare correttamente il pezzo, seguire il ritmo generale del gruppo e, in alcuni casi, anche quello impartito da un direttore d’orchestra. Il cervello, quindi, chiede aiuto per questa impressionante mole di lavoro a vari suoi campi, come le capacità motorie e coordinative, controllate pressoché in entrambi gli emisferi cerebrali, le capacità di precisione matematica e linguistica, più sviluppata nell’emisfero sinistro, e la parte emotiva e creativa data dall’esecuzione del brano che interessa maggiormente l’emisfero destro.

Per far fronte a un così grande scambio di informazioni, si rafforza il “corpo calloso”, la zona ponte tra i due lobi cerebrali. Come risultato abbiamo che i musicisti riescono ad avere un maggior coinvolgimento di tutto il cervello anche in attività diverse dal “semplice” suonare, riuscendo a risolvere, secondo una moderna teoria, problemi di vario genere (da quelli affrontati a scuola a quelli posti dalla vita di tutti i giorni) in modo più efficace e creativo.

Tutti questi effetti hanno anche un impatto su come funziona la nostra memoria. I ragazzi dell’Orchestra Fracastoro-Maffei, infatti, ci hanno spiegato come siano riusciti a sviluppare un metodo molto efficace per memorizzare i brani musicali, che ha permesso loro, non solo di migliorare nell’ambito musicale, ma anche in quello scolastico, riuscendo ad imparare più facilmente i capitoli di un testo o delle formule matematiche. Studi recenti sostengono questa idea, dimostrando come il cervello iperconnesso dei musicisti riesca a creare e recuperare i ricordi in maniera più efficace, attribuendo ad ognuno di essi dei diversi tag, parole chiave che li descrivono, rendendo più facile la loro classificazione e collocazione nell’archivio della memoria.

La musica ha in certi casi la capacità di ricostruire delle intere aree del nostro cervello, gravemente danneggiate in seguito a lesioni o traumi. Questa “qualità rigenerativa” della musica è stata studiata dal Dott. Gottfried Schlaug, uno dei più importanti neuroscienziati che studiano la musica e il cervello all’Università di Harward.
Schlaug propose una terapia chiamata “Teoria di Intonazione Melodica”, ancora oggi molto usata in musicoterapia, che utilizzò sui suoi pazienti afasici, incapaci di formare frasi di tre o quattro parole, ma che riuscivano ancora a cantare i testi delle loro canzoni preferite da Happy birthday to you ai brani dei Beatles o dei Rolling Stones. Dopo più di 70 ore di intense lezioni di canto, Schlaug scoprì che la musica era letteralmente in grado di ricollegare il cervello dei pazienti per creare un nuovo centro del linguaggio nell’emisfero destro, per compensare le lesioni presenti nell’area di Broca (il centro della elaborazione del linguaggio) dell’emisfero sinistro.

Anche Umberto Castiglione, musicoterapista diplomato in violino presso il Conservatorio “N. Piccinni” di Bari, in un articolo pubblicato sul giornale State of Mind nel 2012, conferma che “il processo creativo che interviene nell’attività artistica è curativo e arricchisce la vita”; e specifica, citando Edith Hillman Boxill della New York University, riconosciuta quale autorità nella musicoterapia per i disabili mentali, che “lo scopo della musicoterapia, è il conseguimento di abilità di vita attraverso la modalità della musica”. Egli afferma che la creatività musicale è la via per la conquista dell’autonomia, che coincide con il raggiungimento dello spirito critico, e dell’espressione della propria interiorità. In una parola la musica aiuta a migliorare se stessi.

In certi casi la musica ha pure un “effetto placebo” come ci ha riferito lo stesso Maestro Sapere che, insieme alla nostra orchestra scolastica, è andato a suonare all’ospedale di Bolzano per dei pazienti oncologici i quali, dopo aver ascoltato della pura e semplice musica, sono riusciti, anche a detta dei medici, a sopportare molto meglio i tremendi effetti collaterali dei farmaci che devono costantemente assumere.

Questo, insieme a tutti gli altri studi affrontati dai vari neuroscienziati di tutto il mondo, ci fa capire che la musica ha un grande effetto, non solo sul nostro stato d’animo, ma, soprattutto, sul nostro stesso cervello, questa incredibile macchina comparabile ad una grande orchestra fatta di complessi segnali ed impulsi.

Lorenzo Manzini  – III BS
Mattia Rizzi – III BL
Sophie Casali – III CL
Alice Bianchi – III AS
Liceo G. Fracastoro, Verona

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  • In Italia purtroppo la musica a scuola si insegna poco, diversamente da quanto accade in molti Paesi europei e del resto del mondo. Eppure l’Italia ha avuto grandi musicisti e compositori, oltre ad essere la patria del Melodramma. Vorrei solo ricordare Antonio Vivaldi, Gioacchino Rossini, Gaetano Donizetti, Giuseppe Verdi e Giacomo Puccini. Enrico

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