Forse non tutti sanno che il Mincio e il suo territorio apparivano ben diversi agli abitanti ed ai viaggiatori del secolo scorso. Le modificazioni dell’uomo hanno plasmato in modo irreversibile, negli ultimi decenni, parte del percorso del fiume, influenzando non solo la fisiologia del territorio, ma anche la flora e la fauna che lo caratterizzavano.

La trasformazione del bacino fluviale è stata in realtà prolungata e intensa. L’alveo aveva in origine un tracciato diverso dall’attuale, ma oltre che dalla canalizzazione degli anni ‘30, il territorio è stato stravolto dall’attività eccessiva ed incontrollata di estrazione di sabbie e ghiaie. Lasciate le valli glaciali, il Mincio si snodava nella pianura con larghe anse creando piccoli arcipelaghi di isolotti che rappresentavano un vivaio faunistico ormai perduto per sempre. Nulla è rimasto se non in aree protette e in sporadici scorci storici, sopravvissuti ai cambiamenti imposti dal progresso.

Un tempo il Mincio era padrone incontrastato del suo ambiente. Le prime arginature del corso d’acqua furono create in epoca etrusca e poi romana bonificando le zone paludose. Il Mincio mantenne comunque per secoli il suo corso naturale, con argini delimitati da canneti, piccoli salti d’acqua e guadi naturali all’ombra di antiche torri e costruzioni militari. Molte guerre hanno avuto ripercussioni sul fiume come quelle medievali tra le città di Verona e Mantova con la costruzione della diga-ponte a Borghetto di Valeggio e le fortificazioni di Mantova e dei suoi laghi. Le guerre di Indipendenza hanno portato alla sistemazione definitiva della fortezza di Peschiera e dei suoi canali.

Il Mincio a Salionze agli inizi del Novecento

In epoca moderna il fiume è stato “imbrigliato e raddrizzato”con opere di canalizzazione dal lago attraverso le colline moreniche fino a Borghetto. In questo tratto il Mincio ha perso la sua identità, costretto tra sponde cementificate e salti artificiali per ridurre la velocità delle acque accelerate dagli interventi dell’uomo.

Oggi gli insediamenti produttivi rappresentano un’ulteriore minaccia alla salvaguardia di quel poco di naturale che sopravvive lungo gli argini. Dopo anni di scarsa attenzione all’ambiente, finalmente ci si muove per armonizzare l’attività dell’uomo con quel che resta della natura. Ma non sempre ci si riesce. Un esempio ne è la centrale termoelettrica di Ponti, costruita negli anni ’60 nel pieno del Parco del Mincio, che scarica le sue acque di raffreddamento nel fiume. Ora si vorrebbe trasformare la sua ciminiera in disuso in torre turistica, piuttosto che abbatterla e restituire così un orizzonte libero da un “eco-mostro”a strisce bianche e rosse alto 150 metri. E non bisogna dimenticare l’inquinamento delle acque causato dai prodotti chimici usati in agricoltura, dagli scarichi incontrollati di alcuni allevamenti, dalle fognature urbane.

Le trasformazioni che l’uomo impone all’ambiente incidono quasi sempre in modo negativo e irreversibile cancellando valori naturali, storici e paesaggistici a favore di altri benefici purtroppo considerati preminenti. L’uomo non ha ancora imparato a mettere sul piatto della bilancia costi e benefici e a valutare le conseguenze delle sue azioni nel medio e lungo periodo. Ad esempio, la canalizzazione dell’alto Mincio e la costruzione della diga di Salionze hanno portato innegabili vantaggi a tutto il bacino del Garda, con la possibilità di regolare le acque del lago e la formazione di canali di irrigazione (canale Virgilio) che hanno aumentato le rese agricole di vaste aree. Hanno però anche cancellato un angolo di mondo che oggi nessuno può neppure immaginare. Salionze, poco più di sessant’anni fa, si presentava come Borghetto. C’erano una decina di mulini, isolotti in mezzo al fiume, salti d’acqua e canneti. Il fiume era vivo, con strade bianche e salici lungo le sue rive. Si udiva lo scrosciare dell’acqua, il garrire delle rondini, il faticare degli animali e degli uomini. Oggi tutto questo non c’è più. Il Mincio qui è silenzioso. Scorre mestamente lungo due ciclabili affollate solo nei week-end, scrutato da centinaia di pescatori e solcato da qualche canoa di sportivi della domenica.

Il Mincio potrà sopravvivere al cambiamento imposto dall’uomo? L’antico percorso del fiume con i suoi paesaggi e i suoi valori è ormai perduto, ma un nuovo e armonico paesaggio potrà rinascere se sapremo cogliere e proteggere i flebili spunti di vita e di bellezza che il fiume sa ancora darci.

Matilde Tebaldi
Liceo E. Medi, Villafranca (VR)
Fonti: AA.VV, Il Mincio e il suo territorio, Cierre Edizioni, 1993

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