Solo l’1% dei laureati utilizza unicamente il dialetto per esprimersi, contro il 17% circa di chi ha solo la licenza elementare.

 

Un fattore che contribuisce molto al cambiamento della lingua italiana è la conoscenza e l’uso del dialetto. I dialetti sono moltissimi, soprattutto nel territorio italiano in cui ogni provincia ha il proprio, sebbene i dialetti di due città nella stessa regione siano simili.

Questa lingua “dialettale”, oggi principalmente parlata, è riconosciuta come simbolo di ogni specifica città e di una tradizione che va tramandata di padre in figlio per non essere dimenticata. Spesso il dialetto è fonte di interferenze con la lingua italiana, poiché alcune parole tipiche del luogo nel quale si è cresciuti e che sono state apprese durante l’infanzia vengono recepite come parole proprie della lingua italiana.

In realtà è più plausibile che stia accadendo il contrario: l’italiano sta gradualmente modificando il dialetto che, forse, andrà addirittura a scomparire. Questo decremento è forse dovuto alla più alta scolarizzazione: solo l’1% dei laureati utilizza solo il dialetto per esprimersi, contro il 17% circa di chi ha solo la licenza elementare. Un’altra spiegazione potrebbe essere invece legata all’emigrazione interna e alla recente affluenza nelle grandi città di un alto numero di cittadini provenienti da aree diverse d’Italia, fenomeno che favorisce l’uso della lingua italiana.

Aldo Ridolfi
Aldo Ridolfi

Il professor Aldo Ridolfi, un esperto in quest’ambito e capo redattore per anni della rivista Cimbri/Tzimbar, conferma con un esempio questo graduale cambiamento che sta avvenendo nel dialetto parlato: «Nel dialetto che uso quotidianamente il giorno della settimana giovedì viene pronunciato “giòvedi”, quindi con un accento diverso, ma mio nonno e mio padre lo chiamavano “dobia”».

Come confermano i dati ISTAT del 2012, i giovani utilizzano poco il dialetto: il 60% delle persone di età compresa tra i 18 e i 24 anni parla prevalentemente italiano in famiglia, il 67% lo preferisce al dialetto nelle interazioni con gli amici, mentre con gli estranei si raggiunge il 90%.

Ridolfi riferisce che, secondo la sua esperienza personale, i ragazzi preferiscono l’italiano: «Mi pare che parlino pochissimo dialetto, li vedo indifferenti a questo codice».

Nonostante questa carenza da parte della nuova generazione, dai dati emerge che circa il 30% della popolazione italiana utilizza entrambi i registri linguistici in famiglia e con gli amici, mentre con gli estranei la percentuale di coloro che utilizzano il dialetto è bassa, circa solo 10%.

Ridolfi afferma di non voler condannare ad una fine prossima il dialetto che, in realtà, racchiude tradizioni ed è l’espressione di una società che porta con sé dei valori da conservare. Possiamo quindi concludere che il dialetto è conosciuto da molti ma usato da pochi.

Ma cos’è il dialetto? Il professor Ridolfi risponde citando uno studioso tedesco degli anni ’40, Max Weinreich: «Il dialetto è una lingua senza esercito e senza marina». Quindi potremmo definire il dialetto come una lingua debole, paragonando le poche persone che lo parlano alla sua mancanza di armi.

Tornando alla nostra lingua, ci siamo mai veramente chiesti, però, da dove sia nato l’italiano? Interpellando nuovamente l’esperto Ridolfi possiamo dire che: «L’italiano non è altro che un dialetto diventato lingua», infatti possiamo affermare che il latino, ovvero la sua matrice linguistica primaria, sopravvive ancora oggi ma sotto forme diverse.

Secondo la docente di Linguaggio della Comunicazione dell’Università Bocconi di Milano Annamaria Testa, scrittrice e curatrice del sito nuovoeutile.it, nell’articolo il Latino quotidiano, le espressioni latine rimaste invariate sia nel significato che nel significante sono almeno 180, tra cui troviamo ad esempio la parola “Agenda”, una normalissima parola del nostro vocabolario che, già ai tempi dei nostri antenati, aveva lo stesso significato che assume oggi.

La professoressa si inserisce nel solco delle ricerche di un famoso linguista italiano, il professor Gian Luigi Beccaria dell’Università di Torino che ha scritto una specie di catalogo delle espressioni derivate dal latino della chiesa Sicuterat. Il latino di chi non lo sa: Bibbia e liturgia nell’italiano e nei dialetti, Garzanti, 2001 e il più famoso Italiano antico e nuovo, Milano, Garzanti, 1988, sempre sui rapporti tra latino e italiano.

Prima di diventare l’italiano che noi conosciamo, il latino ha subito varie trasformazioni a partire dalla letteratura scritta fino ad arrivare alla lingua parlata dal volgo, la quale è specifica per ogni zona geografica, per ogni categoria sociale, diversa per varietà stilistiche e cronologiche e prende il nome di “volgare”. Proprio da queste trasformazioni e distinzioni sono nati i dialetti italiani, al giorno d’oggi sottovalutati e in via di estinzione.

Molte persone viaggiano, visitano luoghi straordinari per scoprire e soddisfare la loro sete di conoscenza, senza nemmeno accorgersi che la globalizzazione economica e culturale, che caratterizza il tempo presente, sta favorendo un’omologazione di massa dei costumi.

E se esistesse un’associazione che, come il WWF protegge gli animali, salvaguardasse le tradizioni, la cultura e la lingua di ogni territorio nelle sue particolarità? In Italia questa associazione esiste e si chiama ANPOSDI (Associazione Nazionale Poeti e Scrittori Dialettali): essa è composta da soci in tutte le regioni italiane, i quali si impegnano per la difesa delle lingue dialettali e minoritarie che sono presenti nel nostro Paese.

Come si è potuto leggere sopra, dunque il latino e, di conseguenza l’italiano, sono lingue vive e in continua trasformazione. Può darsi che tra un secolo o meno l’italiano, come è conosciuto al giorno d’oggi, sarà sparito o verrà chiamato diversamente; esso potrebbe però mantenere un vocabolario molto simile a quello odierno. Potranno forse esistere nuove forme dialettali, anche se non codificabili ora, poiché le variabili sono molte e con diverse sfumature, se consideriamo i continui cambiamenti della società postmoderna.

Beatrice Curotto – III AS
Beatrice Girelli – IV AL
Raffaele Bonometti – III BS
Sara Bianchini – I C
Davide Bussinello – IV Bd
Liceo G. Fracastoro, Verona

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comments (1)

  • Tra loro i miei genitori parlano in dialetto, ma quando si rivolgono a me usano sempre l’italiano. Sono rimasta colpita dall’articolo, anche perché penso che la lingua sia l’espressione di una cultura. E’ curioso il fatto che in Veneto basti spostarsi di pochi chilometri per trovare diversi modi di esprimersi. Ma esiste un dialetto Veneto?
    Paolo

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