Racconta il dottore Forestale Gianfranco Caoduro che 3-4000 anni fa il territorio veronese, sia la pianura che la montagna, era in buona parte ricoperto da boschi. Poi vennero i romani, i cimbri e i veneziani ad abbattere le piante. Infine nell’Ottocento le grandi foreste di faggio della Lessinia e del Monte Baldo sono state pesantemente intaccate e trasformate in aree a pascolo.

 

Sul tema della deforestazione nel territorio veronese abbiamo intervistato il prof. Gianfranco Caoduro, dottore forestale impegnato nella conservazione delle foreste e presidente onorario della World Biodiversity Association onlus, associazione che si occupa di studio e conservazione della biodiversità.

– Da quanto tempo si può parlare di deforestazione nel Veronese?

«3-4000 anni fa il territorio veronese, sia la pianura che la montagna, era in buona parte ricoperto da boschi. Un primo contributo importante alla deforestazione della nostra pianura venne dai Romani con la centuriazione, cioè l’assegnazione di terre coltivabili a coloni e/o legionari. Un altro contributo importante alla eliminazione di boschi, ma in ambiente montano, fu dato probabilmente nel Medioevo dai Cimbri, coloni provenienti dalla Baviera/Tirolo in seguito all’editto (1287) del Vescovo di Verona, Bartolomeo della Scala, che diede loro il permesso di insediarsi in Lessinia.
Anche la Repubblica di Venezia contribuì inizialmente alla deforestazione della montagna veneta e veronese per le esigenze dell’Arsenale navale, anche se nel 1355 Venezia emanò la prima “legge forestale” del mondo a protezione delle aree boscate montane di Veneto e Friuli, dato che aveva capito che un eccessivo prelievo di legname comportava livelli di erosione delle montagne che avrebbero minacciato la stessa esistenza della laguna di Venezia. Per una gestione oculata del proprio patrimonio forestale la Serenissima, fino alla sua caduta per mano di Napoleone nel 1797, sottopose ad inventari forestali periodici, ogni 20 anni, tutti i boschi della Repubblica.
Ma è nell’Ottocento, con l’avvento dell’industrializzazione e con la grande richiesta di legname a scopi produttivi e per il riscaldamento, che Verona ha intaccato in modo consistente il suo patrimonio forestale: infatti le grandi foreste di faggio della Lessinia e del Monte Baldo sono state pesantemente intaccate e trasformate in aree a pascolo. L’avvento, infine, dell’agricoltura industriale post-bellica ha ulteriormente contribuito alla riduzione delle poche superfici boschive sopravvissute in pianura e ad ulteriori perdite in montagna per l’alpeggio. Solo negli ultimi decenni il trend si è invertito, perché molte aree a pascolo in montagna sono state abbandonate e sono state velocemente ricolonizzate dal bosco. Negli ultimi decenni nella fascia collinare e di bassa montagna la deforestazione è avvenuta principalmente per far posto a nuove coltivazioni di vigneti».

– Quali sono le zone della nostra provincia più interessate dal fenomeno? Quali alberi sono più colpiti?

«Tutte le zone della Provincia sono state interessate dal fenomeno: pianura, collina e montagna. Le foreste planiziali a farnia, carpino bianco, salici e ontani sono sparite in epoche antiche con la “bonifica” agricola della pianura, mentre le formazioni a bosco mesofilo nella bassa montagna (querce, aceri, frassini, tigli, carpino nero, ecc.) sono state pesantemente intaccate in epoche diverse. Le foreste di faggio (faggete, dai 900 ai 1300 m) e i boschi di conifere d’alta quota (abeti e larici) sono state intaccate prevalentemente dai Cimbri e soprattutto dall’industrializzazione».

– Chi è interessato al disboscamento?

«Tutti gli utilizzatori di legname, sia da opera (travi, assi, ecc.) sia come fonte di energia (legna da ardere, cippato, ecc.). Il legname è un’importante fonte di reddito per le zone montane e di pianura. “Coltivare” il bosco significa utilizzarlo con un piano di gestione che permette di mantenerlo, utilizzando solo una parte di incremento legnoso annuo accumulato (una sorta di interesse che matura annualmente). Faccio un esempio se un bosco di 500 metri cubi di legname ha un incremento medio annuo in massa del 3%, ogni anno incrementa la propria massa di 15 metri cubi. Dopo 10 anni, il bosco avrà una massa di 650 metri cubi e l’impresa boschiva potrà entrare per asportare i tronchi più vecchi e grossi per un totale di 100 metri cubi. Quindi passati 10 anni, dopo il prelievo il bosco sarà comunque cresciuto in termini di massa rispetto alla situazione iniziale. Questo è un modo razionale di sfruttare la risorsa bosco. I piani di gestione boschiva prescritti dalla Regione del Veneto prevedono proprio questo. Oggi comunque le richieste di disboscamento provengono prevalentemente dall’agricoltura per trasformare aree boscate in vigneti per l’alta redditività di questa coltura».

– La deforestazione può rappresentare un pericolo per il territorio? Quali conseguenze comporta?

«Ovviamente sì! Il pericolo più grosso a livello locale è l’erosione dei versanti e la riduzione dei tempi di corrivazione (per una sezione prefissata di un corso d’acqua, intervallo di tempo che corre tra l’istante in cui è massima l’intensità della pioggia sul bacino imbrifero del corso d’acqua e l’istante di colmo della sezione considerata. Ndr). Ciò comporta che durante piogge intense in tempi assai ridotti arriva troppa acqua in fondo al bacino e si manifesta l’alluvione (casi verificatisi nella zona di Monteforte e Soave 6-7 anni fa). Ma eliminare il bosco significa anche liberare in atmosfera grandi quantità di CO2, incrementando fenomeni legati al riscaldamento globale e al cosiddetto effetto serra, perché infatti distruggere i boschi significa liberare CO2 e ridurre anche la produzione di O2. Da non dimenticare poi gli aspetti legati alla conservazione della biodiversità, dell’integrità del paesaggio e del territorio».

– Si sta facendo qualcosa per bloccare la deforestazione? Se sì, crede che sia una battaglia utopica?

«Io sono un “dottore forestale” da sempre impegnato nella conservazione delle foreste nostre e delle zone tropicali (le più minacciate). Ho collaborato negli anni ’80 agli inventari forestali di molte Regioni italiane e ho redatto alcuni piani di gestione per le foreste del Veronese. Credo che la cosa più importante da fare sia quella di educare le giovani generazioni al rispetto dell’ambiente e di informarle della fondamentale importanza delle foreste per la conservazione degli ecosistemi mondiali. La vita sul pianeta è legata in modo assoluto alla conservazione delle foreste e se i giovani capiranno questo forse potranno avere un futuro sulla terra. Penso infatti che le utopie non esistano, esistono solo i sogni e la volontà di combattere e non serve che tutti siano convinti, perché come basta un accendino per distruggere un bosco, allora bastano pochi uomini a realizzare un sogno!».

– Perché ha scelto di essere così sensibile nei confronti della salvaguardia del territorio?

«Io non ho scelto nulla, è stata una cosa che sento da sempre dentro di me, l’amore per la natura e per Madre Terra. Sono solo innamorato del mondo in cui vivo e vorrei che questo amore fosse condiviso dai miei simili. A volte però.. mi vergogno di appartenere alla nostra specie che sta provocando la sesta estinzione di massa sul pianeta (35.000 specie all’anno condannate all’estinzione dalla distruzione di 100.000 kmq di foreste)».

Francesca Anselmi
Liceo E. Medi, Villafranca (VR)

«Grazie a Dio non possono abbattere le nuvole» (Herry David Threau). «Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare» (Andy Warhol). 

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  • Spesso nascono polemiche quando si tagliano gli alberi. A volte in città questo accade per far posto alle automobili. Ma a volte è vero che gli alberi vengono tagliati solo perché malati e quindi pericolosi (possono cadere e ferire le persone). Bisognerebbe preoccuparsi degli alberi prima che si ammalino, ma di questo si parla poco. Elena

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